Clara Usón

La figlia – Titolo originale: La hija del Este

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Sichel

Sellerio Editore




“Arrivando a Srebrenica dalle colline che la circondano predomina il verde, quasi che la natura si ostini a cercare di cancellare le tracce dell’orrore umano. Ma, avvicinandosi, gli occhi percepiscono qualcosa di sbagliato in quel verde, qualcosa di artefatto. Sono le millenovecentotrentasette lapidi verdi del cimitero di Potočari, inaugurato da Clinton nel 2003. Le lapidi mostrano un numero di riconoscimento, e più in basso altri numeri: date di nascita e di morte, a ricordarci come dalla furia omicida dei serbi di Bosnia non si siano salvati neppure i bambini e gli anziani.

Sotto di esse l’erba comincia a spuntare, ma i tumuli sono ancora spogli e ben visibili. C’è molto spazio intorno, e servirà per accogliere altri seimila corpi, che dovrebbero concludere qui un viaggio iniziato dalla fabbrica che s’intravede appena oltre il cimitero, e che li ha portati in una delle sessanta fosse comuni scoperte a fine guerra nei dintorni, per poi approdare alle celle frigorifere di Tuzla, dove attendono la conclusione dei lunghissimi test del DNA per ritrovare un nome e poter essere finalmente sepolte...”

Leggendo il libro di Clara Usón, mi sono trovato a domandarmi spesso cosa possa sapere un giovane di quello che è avvenuto venticinque anni fa nella ex-Jugoslavia; se abbia mai sentito nomi come Mladić, Karadzić, Milošević, quello dei Cetnici o quello della Repubblica Srpska; se sappia che questa esiste ancora, pur con altro nome; se abbiano mai visto le immagini del vigliacco tirassegno di Sarajevo, degli uomini feriti e trasformati in esche per i soccorritori. Ormai i ricordi sono lisi, e mostrano una trama sfilacciata anche nella memoria di chi, come me, se n’è a lungo occupato e si è illuso di preservarne la memoria dalle ingiurie del tempo, trasformandoli in inchiostro, come quello di queste mie vecchie righe recuperate per aprire la recensione.

La mia gratitudine va a chi mi ha consigliato questo straordinario libro, sospeso in perfetto equilibrio tra narrativa e accurata ricerca storica. Un libro che sembra sussurrare all’orecchio del lettore un preciso nesso tra le vicende di quel tempo e alcune odierne. Scoprire, o ricordare, come un manipolo di folli, mediocri gregari e perdenti nel quotidiano, rimasti sempre nell’ombra che competeva loro, abbia potuto, facendo leva su un nazionalismo da burletta, prendere il potere, stravolgere il destino di un continente e infliggere ai Balcani ferite che non si rimarginano, è prezioso strumento ottico per scorgere il profilarsi all’orizzonte di repliche solo apparentemente innocenti e ricordarci che se chi non conosce la Storia è destinato a ripeterla, chi la conosce è spesso costretto ad assistere impotente mentre altri la ripetono.

Ora, non vorrei avervi dato l’impressione che la tragica storia di Ana Mladić sia un libro interessante ma monotono e didascalico. La Usón, astro nascente della letteratura iberica, è riuscita a creare un romanzo che, nonostante la mole, è tanto di facile lettura, quanto di difficile assimilazione. I suoi personaggi hanno una caratura psicologica che li rende quantomai vividi, che li fa brillare di luce propria, sottraendoli alla loro grigia storicità, e che aiuta il lettore a sbrogliare una matassa di etnie e religioni, trasformata dai fatti di oltre vent’anni fa in un gomitolo macchiato di sangue rappreso e solo apparentemente privo di bandolo.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul talento della scrittrice spagnola, sulla modernità e duttilità della sua cifra stilistica, ma preferisco invitarvi a intraprendere questo doveroso viaggio del tutto privo di facili speculazioni sull’orrore. Fatelo, senza alcun timore per il viaggio, ma solo per la sua destinazione. Preferisco concludere con un citazione, ma ci tengo ad avvisarvi che, prima di reclamare la mia testa o quella del narratore, è opportuno sappiate che è una riflessione del Premio Nobel per la letteratura George Bernard Shaw:

“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie; l’insensata convinzione che il tuo paese sia superiore a tutti gli altri perché tu ci sei nato”




Clara Usón è nata nel 1961 a Barcellona. Autrice di sette romanzi, all’esordio nel 1998 ha vinto il Premio Lumen e nel 2009 il Premio Biblioteca Breve Seix Barral con Corazón de napalm. È stata riconosciuta dalla critica spagnola come una delle maggiori scrittrici contemporanee, dotata di una grande creatività e di un’originale sensibilità espressiva, che fanno di lei una «degna erede di Čechov» (El Mundo). Con Sellerio ha pubblicato La figlia (2013), un caso letterario in Italia, e un grande successo di critica e di pubblico, e Valori (2016).


Autore Riccardo Gavioso.

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