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Visualizzazione dei post con l'etichetta Riccardo Gavioso
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Jesmyn Ward  Canta spirito canta  NNEditore Fateci caso, in molti dei romanzi che hanno caratterizzato la letteratura del Novecento, la percentuale di Realismo Magico nell’impasto varia da “quanto basta” a “distribuire a pioggia”. Ed è probabile che anche nel secolo in corso l’elemento soprannaturale sarà l’ingrediente principale della migliore narrativa, come lo è in questo romanzo di Jesmyn Ward, il secondo della “trilogia” di Bois Sauvage, che nulla ha da invidiare al celeberrimo “Salvare le ossa” che l’ha inaugurata. Del resto, sembra che cambiare secolo significhi progredire, e il progresso forse è utile, sicuramente è inevitabile, ma è freddo, talmente freddo da non poter fungere da incubatrice a una narrazione degna di questo nome, se non con l’aiuto di un elemento che faccia riferimento agli antichi giorni degli uomini. In poche parole, si va a frugare nella soffitta della notte dei tempi. Se poi dotti, medici e sapienti, in vena di capziosi quanto inutili distinguo, v...
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Riccardo Gavioso  Numeri a perdere  Arpeggio Libero Editrice Un libro e tanti numeri, troppi da non saperli più contare.  Ogni pagina sembra urlare la fatica di vivere e lo sforzo sovrumano che alcuni compiono più di altri per trascinare la loro esistenza, giorno dopo giorno, fino a non poterne più e arrivare allo zero. Limite al quale naturalmente tende la vita di ognuno di noi. ( Anche le regine e i papi muoiono).  Ogni parola è intrisa di dolore e sofferenza.  I numeri a perdere sono le vite a perdere, quelle di cui si parla poco. Quelle che non fanno nemmeno più notizia perché in fondo ci si abitua a tutto. Anche alle morti violente, a quelle premature e a quelle che avremmo potuto evitare.  Qual è, allora, il valore della vita? Molto? Inestimabile?  Ben poco!  Ben poco, in qualche parte del mondo...che poi così lontano non è.  “Il valore non è valore in sé, ma solo in funzione di quello che la società può ricavarne"  Quanto vale pe...
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Arnaldur Indriðason  La ragazza del ponte  Guanda Terzo romanzo della serie di Konráð, che si affianca a quella arcinota con protagonista Erlendur e a quella della coppia Flovent e Thorson.  Gli appassionati del noir all’islandese sanno che i ponti collegano il passato al presente e che un cold case può sciogliersi riportando alla luce la Storia dell’isola di ghiaccio e di fuoco.  Questa volta il contrasto tra passato e presente appare stridente: Konráð, sottratto al tranquillo godimento della pensione da una coppia di anziani coniugi, si trova a dover fronteggiare, nel presente, una cruda e violenta storia di spaccio di stupefacenti e, nel passato, un annegamento nel laghetto della Tjörnin, che torna a galla con le inquietanti fattezze di una bambola, compagna inseparabile di una ragazzina che pare non aver meritato più rispetto del suo giocattolo preferito. Parallelamente, sempre dal passato, continuano a emergere nuovi particolari dell’omicidio del padre di Konrá...
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Paolo Rumiz  Il Ciclope  Feltrinelli Se la lentezza è pregio per un viaggio, vado a illustrare, a lor signori, il più mirabolante viaggio di tutti i viaggi... il viaggio immobile. E se a qualcuno venisse l’uzzolo di chiedermi cos’è codesto stile da imbonitore, ricordandomi che gli imbonitori mica vendevano viaggi, è evidente che quel qualcuno non conosce la Storia, o preferisce fingere di non conoscerla, in particolare non conosce la storia dei contadini veneti finiti schiavi in Amazzonia per colpa di qualche imbonitore che girava le campagne promettendo un futuro migliore.  Comunque la storia in questione non c’entra, mi scuso con Rumiz e si va avanti, con Maggiani poi si fa a mezzi...  Immobile si diceva, perché il Faro in questione è l’immobile punta di una minuscola isola immobile nel Mediterraneo. Isola e Faro stanno fermi, il mare si muove, e si muove parecchio, spinto da venti capricciosi e diversi. Quale isola? ...Rumiz è dispettoso e non ve lo dice, per le ...
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Cormac McCarthy Suttree  Einaudi Inutile nascondersi dietro un dito, la storia di Buddy Suttree non è libro da consigliare a cuor leggero: scritto in un inglese di qualche secolo fa, mirabilmente ricalcato dall’ottima traduzione italiana, disconesso sul piano temporale, iperdescrittivo, spesso una mera galleria di quadri di Hopper, ritratti d’individui sopraffatti e pietrificati nella solitudine dell’attesa. Le prime dieci pagine sono in grado di far impallidire chi abbia letto Joyce e Faulkner fischiettando e mescolando il risotto sul fuoco. Un libro disturbante. Un libro disperato che tenta disperatamente di farsi odiare, ma non riuscirà a farsi odiare da tutti, neppure con la sua struttura caleidoscopica, col suo turbinio di frammenti sporchi e taglienti che continuano a ruotare senza trovare unità narrativa, con la sua trama che si disperde in mille rivoli, in mille direzioni, come folli ratti di campagna, trapiantati in città e spaventati dal rumore del vivere e dal silenzio d...
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Jón Kalman Stefánsson Storia di Ásta Iperborea Posate subito quella matita! Jón Kalman Stefánsson è nato poeta e non ha dimenticato che la poesia è animale ostinato, in grado di scavare lunghe gallerie e far tana anche nella prosa, quindi, una volta terminato il libro, finireste per accorgervi che sono più le righe sottolineate di quelle rimaste bianche. “ Alcuni ricordano esattamente il giorno, perfino l’ora, il minuto, l’istante in cui la loro infanzia si è conclusa, e raramente è di buon auspicio. I più fortunati sono quelli per cui l’infanzia sfuma così lentamente da non sparire mai davvero: dentro di loro rimane sempre il bambino che sono stati.” Non mi credete... pazienza! Bene, adesso, posata la matita, posate anche il libro, a meno che non abbiate una certa idea di quello che siamo soliti chiamare letteratura, quella strana cosa che, secondo alcuni, dovrebbe renderci più sensibili. “ Allora la letteratura deve in primo luogo prepararci a morire, e non aiutarci a vivere meglio?”...
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Ágota Kristóf Trilogia della città di K. Einaudi Bene, avete iniziato a leggere la Trilogia della città di K. e vi siete subito imbattuti nei nomi Claus e Lucas senza notare niente. Male, non siete partiti benissimo, ma potete migliorare in corso d’opera. Calma, calma... ora avete notato qualcosa perché in spiaggia portate anche La Settimana Enigmistica e, con un sorriso furbetto sulle labbra che sembra dire “al lettore smaliziato non la si fa!”, siete subito saltati a una conclusione. Di male in peggio: la vostra intuizione è sbagliata e Agota è molto più furba di voi, ma questo lo scoprirete solo andando avanti. Però adesso ci avete preso gusto e vi siete soffermati sulla K. del titolo, chiedendovi perché non vi sia dato conoscere il nome e neppure il paese. Così, in cerca di lumi, avete telefonato a quel vostro conoscente slavofilo che si dà un arie da maître à penser, per sentirvi rispondere che potrebbe essere un tributo reso ai grandi narratori russi dell’800, a incominciare da “...
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Michail Afanas'evič Bulgàkov Il Maestro e Margherita Einaudi Stanotte mi è apparso in sogno un gatto, nero come l’inferno e del peso di un ippopotamo, mi ha detto di chiamarsi Behemoth e di essere arcistufo di tutte quelle polverose, e paradisiache, recensioni del suo romanzo. “Diavolo! Tu che sei capace, fammene una come si deve, magari iniziando dai Rolling Stones, perché quel Mick sa suonare da... (il gatto non può dire “Dio” per contratto), e ha due occhi che mi ricordano tanto quelli del mio amato padrone!” Potevo rifiutare? “Sympathy for the Devil” è uno dei brani più famosi dei Rolling Stones ed è dedicata a un capolavoro della letteratura russa del XX secolo.  Cosa ci fa il Diavolo a Mosca? ...e come non provare simpatia per lui e per i suoi improbabili sodali, specie confrontandoli con la nomenklatura politica e letteraria che tiranneggia la capitale sovietica negli anni trenta. Purtroppo, per il regime che promulga l’ateismo come religione di stato, la presenza del D...
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Clara Usón La figlia – Titolo originale: La hija del Este Traduzione dallo spagnolo di Silvia Sichel Sellerio Editore “Arrivando a Srebrenica dalle colline che la circondano predomina il verde, quasi che la natura si ostini a cercare di cancellare le tracce dell’orrore umano. Ma, avvicinandosi, gli occhi percepiscono qualcosa di sbagliato in quel verde, qualcosa di artefatto. Sono le millenovecentotrentasette lapidi verdi del cimitero di Potočari, inaugurato da Clinton nel 2003. Le lapidi mostrano un numero di riconoscimento, e più in basso altri numeri: date di nascita e di morte, a ricordarci come dalla furia omicida dei serbi di Bosnia non si siano salvati neppure i bambini e gli anziani. Sotto di esse l’erba comincia a spuntare, ma i tumuli sono ancora spogli e ben visibili. C’è molto spazio intorno, e servirà per accogliere altri seimila corpi, che dovrebbero concludere qui un viaggio iniziato dalla fabbrica che s’intravede appena oltre il cimitero, e che li ha portati in una dell...