Gu Byeong-mo

Artiglio

Traduzione di Lia Iovenitti

Mondadori Editore





Mi ci sono voluti giorni per mettere insieme le mie impressioni su “Artiglio” di Gu Byeong-mo, autrice sudcoreana molto nota in patria, in una forma che potesse essere quanto più coerente possibile poiché quello di Gu non è un romanzo thriller dalla struttura classica – né, per la verità, dal “sapore” occidentale.

È a una scena, a un’immagine, infatti, che, come raccontato da Gu Byeong-mo in un’intervista rilasciata a una rivista trimestrale letteraria dedicata alla letteratura coreana – Korean Literature Now–, si può ricondurre la nascita di “Artiglio” e non, al contrario, a una storia o a un messaggio centrale intorno a cui, a mano a mano, l’opera abbia preso corpo: «Quando scrivo, non è tanto il fatto che ho una storia che voglio raccontare o un messaggio specifico, ma piuttosto ci sono certe scene o immagini che voglio mostrare al lettore. […] In Pagwa [titolo originale dell’opera, che rimanda a un gioco di parole intraducibile tra frutta avariata e non più commerciabile (e dunque una persona non più nel fiore degli anni) e, cambiando solo i caratteri cinesi, ma non la pronuncia, una fresca e giovane donna di 16 anni], la protagonista è una donna anziana, quindi la gente al mercato o in palestra le dice: “Ciao, mamma”, “Non vuoi fermarti qui, mamma?”, come spesso la gente si rivolge alle donne anziane nella nostra società. È allora che la protagonista passa e dice con molta freddezza: “Non sono tua madre”. Questo è quello che volevo mostrare».

“Artiglio” racconta la storia di questa signora – nome in codice: ‘Artiglio’, appunto – ormai anziana e piena di acciacchi, che continua tuttavia a lavorare come sicario per un’Agenzia di sicari professionisti, alla quale viene assegnato il suo ultimo caso, prima di una pensione fortemente caldeggiata dal Direttore di questa stessa Agenzia. Ed è appunto nell’espletamento di questo lavoro su commissione che accade qualcosa…

La particolarità di questo romanzo è duplice, a mio avviso, e riguarda, da un lato, come già accennato, la genesi dell’opera stessa, legata a una scena e non a un messaggio o a una storia, come invece i lettori di solito si aspettano, dall’altro lato, riguarda il fatto che l’autrice si è concentrata non tanto sulle dinamiche classiche di un thriller – un criminale, un personaggio che cerca di fermare i piani criminali dell’antagonista, i crimini e le indagini più o meno ufficiali, con una buona dose di suspense –, ma si è concentrata sull’antagonista – il sicario, Artiglio – e sulla sua vita. Noi di Artiglio, nel prosieguo della storia, non solo riusciamo ad avere contezza del suo presente, ma anche del suo passato. Gu Byeong-mo, in un qualche modo, si allontana così dai canoni classici e ci consegna un thriller singolare in cui la protagonista è l’antagonista e di lei appunto scopriamo anche il passato e non solo il presente; detto altrimenti, Gu ci permette di umanizzare Artiglio, di empatizzare con lei, sebbene possa parere strano scrivere ciò, di capire fino in fondo a quale evento del suo passato si può far risalire la ragione del suo percorso di vita, riuscendo a comprendere così da quale nodo esistenziale è dipartita una traiettoria di vita che ha portato Artiglio, questa anziana signora scostante e un po’ ruvida, provvista di una apparentemente impenetrabile corazza emotiva a protezione dell’altro erettasi nel corso degli anni, a essere un membro “leggendario” di un’Agenzia di sicari professionisti.

Ora, è proprio la combinazione di questi due aspetti che caratterizzano “Artiglio” a consentirci, in linea generale, una duplice interpretazione, solo apparentemente contraddittoria, di ciò che il libro in questione potrebbe lasciarci (o meno). In altri termini, il libro potrebbe non lasciarci assolutamente niente, sebbene si sia riusciti a seguire la storia che è ovviamente raccontata – perché, nonostante la genesi dell’opera, c’è una storia coerente e chiara che si spiega nelle pagine di “Artiglio” – oppure, data l’assenza di unmessaggio centrale dell’opera su cui tutto si è costruito, il lettore potrebbe vedere aperta la porta di un universo di interpretazioni, né giuste né sbagliate, ma possibili, circa il lascito di “Artiglio” e della storia che in esso viene raccontata. È una condizione, quindi, tutta particolare, mi verrebbe da dire, ma interessante per il lettore magari poco avvezzo a questa “libertà”.

Personalmente, data appunto questa libertà di cui l’autrice mi ha fatto dono, ho visto in “Artiglio” una riflessione sulla vita, su come cioè le esperienze possono plasmare il futuro, e dunque le scelte, di una persona, ma è anche una riflessione, m’è parso, sul tempo che inesorabilmente passa e sulla vecchiaia, intesa come fase della vita ancora piena di possibilità. «Tutte le cose vive, la frutta matura come i fuochi d’artificio che si riversano nel cielo notturno, si disfano e svaniscono: un istante di straordinaria brillantezza potrà capitarci sì e no una volta, nella vita.

Adesso è il momento di vivere tutte le perdite.»

Ma la mia è solo un’interpretazione possibile…

Vi invito dunque a leggere “Artiglio” di Gu Byeong-mo e a scoprire l’effetto che la sua storia avrà su di voi: la sua lettura vi suggerirà qualche interpretazione oppure no?



Gu Byeong-mo (Seoul 1976) è una scrittrice sudcoreana. Ha studiato letteratura coreana alla Kyung Hee University e ha la vorato come editor. Ha fatto il suo debutto letterario nel 2009 quando il suo romanzo Wizard Bakery ha vinto il 2 ° Premio Changbi per Young Adult Fiction. La sua raccolta di racconti 2015 Geugeosi namaneun anigireul ha ricevuto il Today's Writer Award e il premio New Writers 'Award di Hwang Sun.


Autore Matteo Celeste.

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