Serhij Žadan


Il convitto


Voland








 Vallo a prendere – grida il vecchio.

– È figlio suo, – ribatte Paša – lo vada a prendere lei.

– E allora?

– È anche mio nipote.

E tutto questo senza spegnere la televisione.


In questo breve incipit è racchiusa l'essenza di questo romanzo di Serhij Žadan, la drammaticità che non tralascia l'ironia pur nei momenti più tragici della vita quale può essere una guerra. Sì perché di guerra si parla in questo libro, una guerra che ha covato sotto le ceneri dell'informazione occidentale, una cosiddetta guerra dimenticata ma che ha continuato ad alimentarsi a partire dal 2014 in quello scenario che solo oggi sale prepotentemente alle cronache visto l'allargarsi del conflitto, l'Ucraina.

La vicenda è ambientata nel 2015 in quella che sembra essere una zona di confine fra due nazioni che hanno smesso di dialogare o meglio, continuano a farlo attraverso il rumore degli scoppi di granate e gli spari dei kalašnikov e racconta delle peregrinazioni di Paša, un insegnante che tutto è fuorché un eroe, durante il tentativo di andare a riprendere il nipote rimasto nel convitto in cui la madre lo aveva lasciato. Un viaggio che si sviluppa nell'arco di tre giorni fra andata e ritorno in una città dove truppe di occupazione e cecchini solitari sono sempre in agguato per sorprendere cittadini inermi che cercano una via di scampo in una situazione in cui è molto difficile distinguere i nemici dagli amici e in cui la sopravvivenza di un essere umano può essere determinata da uno sguardo o una risposta sbagliata.

Il protagonista, Paša è il prototipo dell'antieroe, un insegnante che ha passato la vita senza mai prendere posizioni precise, senza schierarsi da una parte o dall'altra, in famiglia come nella società e che si trova oggi ad essere travolto da avvenimenti più grandi di lui, senza comprendere, vista la confusione in cui è precipitata la sua comunità, dove possa stare la ragione delle cose che gli accadono intirno. In questo frangente è però costretto suo malgrado a scegliere, se non altro spinto dall'affetto che lo lega al nipote tredicenne, vittima innocente di un gioco portato avanti da adulti che non si fanno scrupolo di distinguere le persone per l'età o la professione.

Il romanzo può essere considerato come il capitolo conclusivo di una trilogia scritta dall'autore che include La strada del Donbas e Mesopotamia, pubblicati da Voland rispettivamente nel 2016 e nel 2018. Nei tre libri si specchiano l'evoluzione e i drammi della società nel primo periodo post-sovietico, prima del conflitto e, nell'ultimo caso, “dentro” il conflitto. (dalla postfazione di Giovanna Brogi).

Il convitto, scritto da Žadan nel 2017 e pubblicato in Italia da Voland nel 2020, anticipa purtroppo le atmosfere e i drammatici avvenimenti ai quali assistiamo in questi tempi, la deflagrazione di una guerra che si pensava impossibile all'interno dell'Europa e che minaccia la sicurezze e la pace di tutto un continente se non del mondo intero.

Viene da pensare, leggendo questo libro, che le situazioni descritte siano oggi presenza quotidiana in diverse parti dell'Ucraina, alla luce dell'aggressione che sta subendo da parte della Russia e in cui le uniche vittime sembrano essere quelle popolazioni che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, come sempre succede negli scenari di guerra contemporanei. Un racconto che aiuta a comprendere quali possano essere i fatti che accadono purtroppo anche oggi in quelle zone ma non solo, quale sia il dramma di quella gente costretta a vivere in condizioni terribili, a cercare di sfuggire alla morte rifugiandosi in ricoveri di fortuna, portandosi appresso quelle poche cose che hanno valore per loro, un capo di abbigliamento, un oggetto di uso quotidiano e la paura che non le abbandona mai.

Un romanzo diventato suo malgrado di pressante attualità che va letto con lo sguardo rivolto al presente nella consapevolezza che i conflitti spesso hanno radici lontane e che non nascono dal nulla, ma dalla insensata smania di uomini che non si fanno scrupolo di ridurre in macerie intere esistenze, pur di assecondare la loro sete di potere.









Nato nel 1974 nell'Ucraina orientale, Serhij Žadan è narratore, poeta e attivista politico. Vincitore di ventuno premi internazionali, è tradotto in diciassette lingue. Polemista e saggista acuto e ironico, è compositore e cantautore, ha creato una band di successo ed è un instancabile ideatore e interprete di progetti culturali multimediali.

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