Camillo Boito


Senso

Nuove storielle vane


Opposto Edizioni




Recensione di Jo March.


Si tratta di una raccolta di racconti di un autore del nostro Ottocento che non conoscevo, fratello del più noto librettista Arrigo. Si parte da un racconto che sembra quasi un esperimento che ricalchi le suggestioni provenienti da Edgar Alan Poe, "Un corpo", fino ad arrivare a "Senso", trasfuso nel celebre film di Luchino Visconti.

Le storie, alcune narrate in prima persona e dalla forte impronta diaristica, altre dal narratore esterno, sono in genere ambientate in luoghi ben noti all'autore: Venezia, i paesi del lago Maggiore e delle montagne, Trento. La prosa è ricca, cesellata da tante descrizioni degli ambienti e della natura circostante tipiche della letteratura dell'epoca, che assumono un gusto pittorico, come vere e proprie pennellate che ci restituiscono tutto il fascino dei posti descritti, da gustare come un'ottima pietanza. La lettura consente di riavvicinarsi alla bellezza di una scrittura così fatta e di apprezzare le molte possibilità della nostra lingua e conoscere termini che ormai, nella semplificazione dei linguaggi da messaggistica, sono divenuti desueti.

"Non pioveva ancora, ma già si vedeva Il ventre delle nubi squarciarsi; ed io correvo a precipizio verso Pallanza, guardando alla chiesetta, che sopra una erta e lunga gradinata si alza lì dove Suna termina nel viale d'ipocastani. Appena fui sotto il portico vidi la strada di gialla che era cangiarsi da lontano e in color bruno, e in un attimo essere tutta negra, con qualche luccichìo qua e là. I goccioloni crebbero in diluvio. L'aria tiepida del settembre era diventata gelida e il vento soffiava soffiava".

Si comprende come l'autore fosse tagliato per i racconti, per i rapidi affreschi di personaggi che, tuttavia restano indimenticabili, a partire dalla giovane "veggente" protagonista di "Un corpo" fino alla contessa Livia di "Senso", donna offesa nell'onore e nella vanità, passando da Luigi Zen, il maestro di setticlavio - storia ambientata tutta nel mondo della musica e delle scuole di canto, in una evocativa Venezia di metà secolo - e dal poetico don Giuseppe, giovane prete tentato dalla per lui impossibile lussuria di "Vade retro, Satana".

Spesso i personaggi si fanno male, molto male, il più delle volte essendo artefici dei propri infausti destini. Sono storie che non hanno finali consolatori ma proprio per questo appaiono autentiche e non edulcorate dall'esigenza di compiacere i lettori con facili ottimismi.

"Nelle viuzze, più in là di piazza Mercanti, la nebbia, chiusa fra le alte case, si diradava un poco. Si vedevano le botteghe tutte serrate, persino alle osterie erano chiuse le porte; ma dalle finestre uscivano qua e là de' suoni bizzarri e allegri. La felicità regnava nelle stanze da pranzo. Sentivo il cozzare dei bicchieri, le grida acute di gioia, i cori di risa aperte, volgari, sguaiate. Era un'orgia; ma l'orgia santa della famiglia".

L'autore pare ricordarci che la vita è dura e può esserlo, però, soprattutto per chi non riesce a dominare le proprie passioni unilaterali, le proprie furie distruttive, le inutili ossessioni che, vestite de tenacia, possono condurre alla follia. Boito sa scavare negli animi, in epoca più o meno contemporanea alle scoperte freudiane, come un provetto psicologo, di certo ispirato anche dai principi positivistici della ricostruzione del vero.

"Il mio animo da un po' di tempo si regge in una specie di equilibrio tentennante. Non ho né sventure, né gioie mie proprie; e quelle degli altri mi addolorano o mi rallegrano poco (...) E' in me una gran forza impotente, la volontà sonnecchia e mi compiaccio in questa pigrizia vaga, come il malato nei fuggevoli fantasmi dei suoi pensieri febbrili. E il tempo passa vuoto, inutile, insulso, ma abbastanza rapido, senza veri conforti e senza veri rammarichi. Però di questa mia vita scioperata, non mi sembra mai di sentire né rimorso né noia; solo talvolta, adesso, per esempio, un certo fastidio importuno. Temo e desidero nello stesso tempo che il caso mi accenda in petto una violenta passione, la quale mi cavi fuori dal limbo in cui vegeto, ma la mia natura ha questa maledizione, che non è neanche inclinata ai vizi".

Da leggere, da scoprire. Questi racconti sono piccole perle della nostra letteratura.




L’autore:


Camillo Boito, fratello maggiore di Arrigo Boito, nacque a Roma nel 1836, da madre polacca e padre veneto.
Dopo essersi recato in Germania ed in Polonia per motivi di studio, si dedicò all’architettura prima a Padova e poi a Venezia, sotto la guida dell’architetto Selvatico.
Nel ’56 si stabilì in Toscana e nel ’59, in seguito ad alcuni sospetti che il governo granducale nutriva nei suoi confronti, lasciò la Toscana per Milano, dove nell’anno successivo ottenne una cattedra presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera.
Proprio in questo periodo acquistò fama di architetto ardito ed innovatore, una fama che in un primo momento surclassò quella di scrittore e di critico, anche se la situazione si sarebbe dovuta rovesciare qualche anno dopo: proprio per questo motivo lo stesso Arrigo tentò di non rendere troppo nota l’attività narrativa e di critico del fratello per non nuocere alla sua carriera di architetto.
Del 1862 è il suo matrimonio con la cugina Celestina, dalla quale si separò poco tempo dopo.
Nel 1876, mandò alle stampe la raccolta di novelle Storielle vane e nel 1883 Senso e altre storielle vane (o Senso, nuove storielle vane) che costituiscono forse il punto più alto della sua letteratura e che risentono profondamente dei contatti con la Scapigliatura (della quale fece parte il fratello Arrigo), anche se da quest’ultima Camillo Boito si differenziò per una maggiore tensione verso il razionale e per un minore interesse nei confronti degli eccessi stilistici e delle rivolte sociali.
Nel 1887 convolò a nuove nozze con la contessa Madonnina Malaspina. Morì a Milano nel 1914.
(Fonte: LiberLiber).

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