TROFEO CASSIOPEA

LE INTERVISTE AI VINCITORI



CINZIA DI MAURO

FINISTERRAE

DELOS DIGITAL




A cura di Fabiana Redivo.

Si è svolta anche quest’anno la quattordicesima edizione del Trofeo Cassiopea, concorso letterario dedicato ai romanzi italiani di fantascienza e promosso dall’associazione culturale Deep Space One. La giuria è stata presieduta da Lanfranco Fabriani, apprezzato autore di fantascienza, vincitore del Premio Urania e già insignito del Trofeo Cassiopea nel 2021.

Per l’edizione 2026, il riconoscimento è stato assegnato al romanzo Finisterrae di Cinzia Di Mauro. Insegnante di Lettere e autrice attiva da anni nel panorama della narrativa fantastica e surreale, Di Mauro ha pubblicato nel 2025 Finisterrae con Delos Digital e Pangolino mon amour! con All Around. Tra le sue opere più note figura la trilogia fantascientifica Genius, finalista al Premio Urania Mondadori e al Premio Fantascienza.com, insieme a La storia vera di un killer nano, che ha ottenuto la menzione speciale al Premio Calvino 2012, che uscirà a breve nella Collana Frattali, Delos. Collabora inoltre con Sicilia&donna e Newsicilia, occupandosi di libri e cultura.


L'intervista:




La tua scrittura intreccia spesso ironia e atmosfere surreali, restituendo una realtà instabile e ambigua. Questa scelta narrativa nasce dall’esigenza di reinterpretare o esorcizzare le criticità e le contraddizioni della società in cui viviamo?

Ironia e surreale fanno parte del mio modo di percepire il mondo, per non prendermi né prenderlo troppo sul serio fino a farmi soffocare dai suoi miasmi (avrai capito che non sono un granché ottimista ;)). Questo genera spesso una Weltanschauung ambigua, dove il falso e il vero si confondono, si mescolano in una serie di comici fraintendimenti (in “Pangolino mon amour” uso addirittura metafore che generano nuovi contenuti surreali). In ogni caso, trovo sempre più spesso che gli uomini agiscano in modo idiota, irrazionale, sostanzialmente autodistruttivo, sicuramente violento e aggressivo al punto da corrodere le libertà individuali. Quindi, l’ironia (o il sarcasmo) e il surreale fungono da filtro: una sorta di crema protettiva contro la cattiveria beota! Se fossi una scienziata ne inventerei una e me la spalmerei a profusione più volte al giorno ;)

Casa Württemberq sembra quasi un personaggio vivo, più che una semplice ambientazione. Come è nata l’idea di questo luogo così claustrofobico e simbolico, e cosa rappresenta per te la muraglia nerastra che lo circonda?

Vero sicuramente: Casa Württemberq ha un corpo e respiro naturale suo proprio, come se fosse possibile che la vegetazione e la fauna che vi abita (persino i volatili) fossero fermati, “decomposti” dopo questa semplice muraglia. Ma come hai ben colto, è un luogo altamente simbolico, preservato, intimo, dove si può essere liberi dal regime, liberi dalla guerra, dalle convenzioni sociali, dai tabù della ricerca spasmodica di “normalità”. Nel suo cuore più preservato, Finisterrae, la natura è esuberante, eccessiva, come sanno esserlo gli istinti, l’Es freudiano. Sono luoghi interiori, in cui l’elemento estraneo, Zimmer, si smarrisce, perché non comprende e ciò che non si comprende, fa paura. Ma è solo finché non riesce a penetrare il suo vero segreto, a sentirsene familiare. Da quel momento la Casa diventa luogo di protezione, d’amore, di creazione (composizione musicale). La muraglia, naturalmente, gioca questo doppio ruolo, sigla la differenza rispetto al “fuori” e poi custodisce, preserva il “dentro”. Le fantasmagorie di robot misti ad animali sono venute fuori dai quadri di Hieronymus Bosch, mescolate alle architetture del bislacco modernismo catalano (con quelle sue sinuosità, piani irregolari…), il resto dal continuo contrasto tra essere e apparire.

Thomas Zimmer si trova diviso tra ribellione e seduzione del potere. Quanto ti interessava raccontare un conflitto politico e quanto, invece, un conflitto interiore e umano?

Mi interessava svelare l’assenza di reale dualismo nelle nostre società tra bene e male nei luoghi di potere, dove i Grandi Burattinai tengono in mano i fili che predeterminano le nostre vite. Il totalitarismo del mio romanzo, a metà strada tra quello comunista (con mense comuni, appartamenti assegnati, tute uguali per tutti) e plutocratico (il quartiere privilegiato per l’élite come pure la nobiltà di Casa Württemberq), opprime l’uomo qualunque. Tra la “Nuova Libertà” e la “Lavoro e Libertà” non c’è alcuna differenza, tanto che lo slogan è identico (non cogliere l’ironia è impossibile), quindi anche qualunque capovolgimento di regime porterebbe alla stessa schiavitù. In tal modo volevo mettere in scena le nostre esistenze fagocitate dal sistema cinese o americano e dalle onnipresenti multinazionali, mostri senza volto e senza responsabilità attribuibile ad un singolo individuo. In questo quadro Zimmer non è, in realtà, sedotto dal potere: prima ne gode in modo ingenuo, trovandosi élite senza quasi rendersene conto, poi “sedotto” dalla ribellione, manipolato, fino a scoprirsi ingranaggio infimo o comunque inutile, perché il male è il potere stesso. Diciamo, quindi, che i piani del conflitto politico e quello interiore non sono distinti, ma la sfida era proprio quella di mostrare un individuo qualunque (anche se forse Thomas è anche qualcosa di più, essendo profondamente buono, capace di amare e grande artista) alle prese col potere.

Nel romanzo convivono satira sociale e distopia. La costruzione dell’universo di Finisterrae è stata influenzata da opere letterarie specifiche, oppure l’immaginario è emerso in modo più istintivo?

Finisterrae ha un modello di base nel romanzo distopico per eccellenza, 1984 di Orwell, con suo motto “la guerra è pace”. Ma proprio la tenuta nobiliare dei Württemberq deve tanto al Castello, come il capitolo del “Processo” all’omonimo romanzo di Kafka. Poi, come accennavo precedentemente, le fantasmagorie, gli ircocervi dello Zio sono di Hieronymus Bosch. Il delicato onirismo ha tratto ispirazione da Brazil del mitico Terry Gilliam. Ma l’ironia tota nostra est ;) con l’immancabile Decadentismo di Svevo e Pirandello. Infine, il tema del doppio (dentro/fuori, sogno e realtà fino al capovolgimento, Clelia/Eva, femmineo dolcezza e malizia, Clelia/Hans, l’ingenuo e l’istinto privo di tabù, Thomas/Herbert entrambi ingenui e manipolati, Lavoro e Libertà/Nuova Libertà…) ha una lunga tradizione che dalle rivelazioni freudiane in poi corre nella letteratura novecentesca (Dorian Gray, Il fu Mattia Pascal…) appena preceduta dalle intuizioni di Jekyll e Hyde.

Siamo infine giunti alla domanda di rito: hai nuovi progetti in cantiere?

Sta per essere pubblicato nella collana Frattali della Delos La storia vera di un killer nano, una falsa autobiografia per l’appunto di un killer nano, romanzo grottesco, surreale e, secondo me, davvero divertente e liberatorio, oltre che menzione speciale di una passata edizione del Premio Italo Calvino.
Ma sto anche scrivendo Penny Black - la banalità del male, anche questo ambientato in un tempo e luogo vaghi, in cui la protagonista rappresenta tutti i miei disvalori, l’omofobia, il razzismo, l’odio verso il diverso, l’atteggiamento beghino, servile verso il potere (sempre opprimente, come credo che sia), la superficialità, per l’appunto la “banalità del male” di arendtiana memoria. Romanzo difficile, perché non c’è mai compenetrazione, transfert emotivo, e a volte le figure restano volutamente bidimensionali, ma in cui pretendo che scorra sempre e comunque una vena ironica e sarcastica, fintamente leggera, persino nei momenti più cupi. Piacerà al mio lettore ideale? Fin qui a me sta convincendo molto.

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